Vedovanza, è “dovere di una società che si considera civile evitare ingiustizie a carico dei suoi componenti più fragili”

Vedovanza, è “dovere di una società che si considera civile evitare ingiustizie a carico dei suoi componenti più fragili”
23 Giu 2015

Ogni 23 giugno, sotto il patrocinio dell’Onu, si celebra la Giornata Internazionale delle Persone Vedove, istituita nel 2011. La fotografia della situazione mondiale è questa: nel mondo oltre 245 milioni di vedove, e tra esse più di 115 milioni in condizioni di estrema povertà, quante ne arrivano nei nostri porti, provenienti da paesi sconvolti da conflitti non troppo lontani? Devono inoltre agire in culture con codici di comportamento ancestrali, che privano le vedove di quasi tutti i diritti universalmente riconosciuti, da quelli economici, privandole di ogni fonte di sostentamento insieme a loro figli, a quelli ereditari che le cancellano.

E tutto questo stravolgendo l’art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo “Ogni uomo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”.

In Italia, nonostante lettere e servizi giornalistici, disegni di legge giacenti nei cassetti dei parlamentari, promesse governative, interpellanze europee, il quadro non è cambiato, circa 5 milioni di persone vedove, nuclei familiari con figli minori oltre 100.000, 258.000 persone vedove con età inferiore a 55 anni.

E tutti a vivere (sopravvivere) con le iniquità di seguito riportate: la pensione di reversibilità o indiretta (qualora il coniuge defunto ne abbia maturato il diritto, 20 anni di contributi altrimenti acquisiti dall’ente previdenziale) già ridotta al 60% dell’importo originario, decurtata della metà se il reddito del coniuge superstite supera i 25.000 euro lordi, il cumulo dei redditi, l’impossibilità di considerare i figli a carico e quindi detrarre spese mediche e di studio ecc., se i suddetti figli ricevono una pensione che supera i 2840 euro lordi, erogata sino ai 26 anni e comunque non oltre il corso regolare di studi, al contrario delle agevolazioni permesse per le colf o gli animali domestici ; per tacere dello tsunami che irrompe in una famiglia quando accade l’evento “morte” .

Chi rimane deve ricostruirsi psicologicamente in un diverso ruolo e in diverso status dominato da un mancato riconoscimento sociale, dove cambieranno amicizie e condizione economica. E’ vero, la morte è inevitabile, è fisiologica, ma il problema sociale resta ed è dovere di una società che si considera civile evitare ingiustizie a carico dei suoi componenti più fragili.

Dott.ssa Emanuela Zucchetta Cafiero
Il Melograno associazione per i diritti civili delle persone vedove
sede di Taranto

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