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In cosa consiste la libertà autentica per la donna?
La vera libertà è quella che realizza il vero bene; e il vero bene per la donna passa attraverso la valorizzazione delle differenze, in quanto l’uguaglianza intende un’omogeneità che non può esistere. La vera uguaglianza non si verifica, infatti, solo quando soggetti uguali vengono trattati in modo uguale, ma anche quando soggetti diversi vengono trattati in modo uguale. La parità tra i sessi non si ottiene certo facendo entrare le donne in una categoria astratta di individuo (categoria che peraltro non esiste), ma si raggiunge partendo dal presupposto della differenza. Si può, cioè, parlare di parità, se c’è la dualità del genere umano, cioè proprio la differenza sessuale come differenza universale.
Un'errata interpretazione della libertà, quindi, cioè una libertà senza aderenza alla realtà[1] è solo libertinaggio. È proprio allora che l’essere umano si interroga sul perché della propria libertà, facendo esperienza della propria debolezza[2].
Poiché “la libertà è la capacità di operare di accordo con la ragione, la coscienza è giustamente la capacità dell'uomo per conoscere e giudicare se c’è ragione o ragioni per fare o smettere di fare qualcosa. La coscienza viene ad essere la razionalità dei nostri atti. Se la coscienza si esclude, le azioni si riducono a pure operazioni nate da impulsi primari o da reazioni meccaniche davanti alle situazioni. In questo caso si tratta di atti incoscienti”[3]. La crescita in libertà prefigura allora una coscienza morale matura; la figura di una coscienza che conosce ciò che è incondizionatamente buono per me e per l’essere umano in quanto tale. Libero davvero è, allora, colui che è in grado di volere, perché “decidere è sempre decidersi”[4].
In base ad un’analisi di tipo fenomenologico, si può distinguere tra una “spontaneità della volontà” e una “spontaneità puramente emozionale”[5]: la seconda, a differenza della prima, non è sufficiente per un orientamento consapevole dell’intera persona verso il bene.
Il significato di vera libertà, di conseguenza, diventa un valore per la persona quando si realizza la “signoria di se stessi” di cui parla Platone[6]. Mentre il consumismo della libertà porta alla fragilità della volontà naturale, che non consegue l’obiettivo della libertà autentica ‘per me’, il vero valore della libertà è nella prospettiva del dominus suorum actuum («signore delle proprie azioni»)[7]: nel senso che il compito primario è quello di realizzare adeguatamente se stessi come persona umana. “Il grado supremo della dignità degli uomini consiste in questo: da sé, e non per intervento di altri, possono dirigersi al bene”[8].
Nell’idea di uguaglianza assoluta, si è sviluppato un fallace mito di libertà che sembra garantire a tutti il raggiungimento della felicità. Ma l’uguaglianza tra esseri umani scaturisce non soltanto dall’identificazione dei loro diritti e doveri in quelli di ordine civile, bensì in uguaglianza di diritti e doveri naturali che è un problema antropologico, sia che lo si affronti da un punto di vista filosofico che teologico[9]. Poiché gli uomini portano con sé le prerogative e le esigenze inscritte nella loro natura, tutti i diritti e doveri umani fondamentali sono rilevanti per l’equilibrio della persona.
Notiamo che anche quando la donna ottiene uguali diritti, non ottiene un’uguaglianza di fatto. Poiché la donna è profondamente differente dall’uomo, l’uguaglianza sarà sempre formale, o addirittura vacua, finché la prospettiva della differenza non sarà riconosciuta. Con la creazione delle utopie di uguaglianza e di autonomia individuale, abbiamo costruito delle finzioni che danneggiano la donna, perché fondate su un’idea di indipendenza assoluta che è inesistente nella realtà.
Una delle principali caratteristiche femminili è l’apertura alla relazionalità, che si manifesta primariamente nella maternità, struttura ontologica della donna, iscritta nel suo sesso; a lei è affidato il compito innato di ‘prendersi cura della vita’. La sua attitudine naturale alla maternità, nella relazione con il figlio, svela pienamente alla donna la sua capacità di donarsi completamente, nella sua disposizione ad accogliere e proteggere. Nella propensione privilegiata alla relazionalità si rivela l’alterità di ogni essere umano, la fecondità della reciprocità, il mistero del limite che richiama il mistero della diversità. La donna, perciò, riesce ad essere più immediatamente in sintonia con il significato essenziale e profondo di ‘relazione’, caratterizzandosi per la forza morale e spirituale capace di superare ogni forma di discriminazione, nella vera libertà.
Pertanto la promozione della donna all’interno della società deve essere compresa e voluta come una umanizzazione realizzata attraverso i valori riscoperti grazie alle donne, prendendo le distanze da una banale lotta tra i sessi che finirebbe in situazioni di segregazione e di falsa concezione della libertà. E il valore della libertà è nell’accettazione di sé.
Si può affermare che la massima espressione della libertà è accogliere situazioni che non abbiamo voluto, anzi, a volte, non avremmo proprio voluto! Ci riferiamo ad una legge dell’esistenza apparentemente paradossale: non possiamo essere veramente liberi se non accettando di non esserlo sempre! La vera libertà la si raggiunge, quindi, esercitandosi ad accettare con tranquillità quello che spesso sembra in contrasto con la personale libertà. Accettare i propri limiti, le proprie fragilità, le proprie impotenze, dire ‘sì’ a questa o quella situazione che la vita ci pone davanti, cioè quello che non controlliamo, questa è vera crescita in libertà. Non semplice rassegnazione. Quest’ultima può essere una virtù filosofica, ma non cristiana, perché manca in essa la speranza. È semplicemente un’ammissione di impotenza e nulla di più. L’assenso, invece, comporta una diversa disposizione interiore. Dico ‘sì’ ad una realtà che, in un primo tempo, percepisco come limitante o negativa, ma che poi intravedo nella prospettiva positiva, cioè nel buono che può derivarne[10].
La vera libertà è quella capace di percepire ciò che ha valore, esercitando la fortezza. Per orientarsi liberamente verso beni di valore la persona “dev’essere preparata ad affrontare attività di grande importanza (aggredi) e a resistere con tenacia nell’impegno quando arriva lo scoraggiamento e appaiono le difficoltà (sustinere)”[11].
L’esempio al femminile deve puntare, allora, non su modelli di riduzione di libertà, ma su un ripensamento dei valori legati alla ricchezza e profondità dell’universo femminile.
Giuseppina Capozzi
Socia AGeSC – Comitato di Lecce
Lecce, 22 maggio 2013
[1] Cfr. E. Ducci, Libertà e rapporto interpersonale nell’eredità di Gino Corallo, in G. Zanniello (a cura di), Educazione e libertà in Gino Corallo, Armando, Roma 2005, pp. 67-72
[2] Cfr. F. Russo, La prassi della libertà. Riflessioni antropologiche alla luce degli insegnamenti del Beato Josemaría Escrivá, Actaphilosophica, vol. 11 (2002), fasc. 1, p. 60. In questo studio sugli insegnamenti del santo spagnolo Josemaría Escrivá, l’autore opera una riflessione sull’integralità della persona, inquadrando la libertà nella prospettiva creazionistica. Quando l’uomo vive nell’illusoria autosufficienza di sé, non si coglie nella proiezione naturale verso la Trascendenza.
[3] V. García Hoz, Ideas para la educación – Tras las huellas del beato Josemaría, II edizione, Rialp, Madrid 2001, p. 69 – Così il testo originale:«La libertad es la capacidad de obrar de acuerdo con la razón, la conciencia es justamente la capacidad del hombre para conocer y juzgar si hay razón o razones para hacer o dejar de hacer algo. La conciencia viene a ser como racionalidad de nuestros actos. Si la conciencia se quita, los actos se reducen a puras operaciones nacidas de impulsos primarios o de reacciones mecánicas ante las situaciones. En este caso se trata de actuaciones inconscientes» (trad. it. dell’autrice).
[4] A. Llano, La libertad radical, in Aa. vv., Josemaría Escrivá de Balaguer y la Universidad, Pamplona 2003, pp. 260-261
[5] Cfr. K. Wojtyla, Perché l’uomo. Scritti inediti di antropologia e filosofia, Mondadori, Milano 1995, pp. 126-128
[6] Cfr. S. Colonna, Diritto allo studio e scuola per la persona, Euroma La Goliardica, Roma 1990, p.198
[7] Cfr. S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 1, a. 1
[8] S. Tommaso d’Aquino, Super Epistolas S. Pauli lectura. Ad Romanos, cap. II, lect. III, 217
[9] Cfr. G. Ghirlanda, Introduzione al Diritto Ecclesiale, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1993, p. 91
[10] Cfr. J. Philippe, La libertà interiore, II ed., trad. dal francese, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2006, pp. 21-31
[11] J. M. Barrio, Educare nella libertà, articolo pubblicato in ‘Coltivare la fede’, http://www.opusdei.it/, 24/02/2011 |